Ricordi sullo stabilimento Rumianca di Pieve Vergonte

Abbiamo abitato davanti allo stabilimento Rumianca di Pieve Vergonte dal 1958 al 1967.

Stavamo nelle villette degli impiegati: davanti c’era la strada, un piccolo campo dove giocavamo a pallone, il muro dello stabilimento e poi i serbatoi, credo del cloro. Lo stabilimento era onnipresente; per noi ragazzi era bellissimo: sembrava un enorme giocattolo, rumoroso e puzzolente, ma divertente.

L’odore lo ricordo bene: quando tornavamo dalle vacanze con il naso ripulito, risalendo la Val d’Ossola lo si sentiva già verso Premosello, 15 chilometri a valle: era una miscela di tutto quello che lo stabilimento produceva. Lo stabilimento; lo si chiamava così: non fabbrica, al massimo la Rumianca, anche quando poi è diventata SIR. Produceva acido solforico, cloro e soda, ammoniaca, DDT, altri prodotti inorganici ed organici che non ricordo.

Il 1° maggio si andava a visitare la fabbrica. Mio padre lavorava alla manutenzione. Tutti i padri dei miei amici lavoravano nello stabilimento. Li ritrovavamo dentro, con lo stabilimento tirato a lucido, che voleva dire senza tutta la polvere che normalmente riempiva le strade, dentro e fuori. Dentro si identificava finalmente l’origine di certi rombi profondi che fuori si sentivano attutiti: i reattori per la sintesi dell’ammoniaca, che facevano proprio il rumore degli aeroplani.

Ogni volta si andava a vedere il laboratorio d’analisi dove, in una vasca, dei pesci rossi segnalavano che l’acqua era pulita. Che acqua era pulita non era chiaro, ma quello allora per noi non era un problema. Il problema erano i divieti che le madri ponevano alla nostra libera circolazione: lo stabilimento era infatti facilmente penetrabile, almeno in alcune sue parti. Ad esempio si poteva risalire un po’ attraverso la Marmazza, il torrente che passava sotto lo stabilimento. I più grandi dicevano che si trovavano pozze di mercurio, uno dei prodotti più ambiti. Non ho mai trovato niente, non so se perché non c’era niente, oppure per la paura del buio che mi impediva di entrare a sufficienza. Il mercurio – tantissimo – lo vedevamo solo quando, durante le visite, si andava a visitare l’impianto del cloro-soda. C’era sempre l’operaio che faceva vedere che tutti gli orologi si fermavano, per i campi magnetici. Ogni tanto qualcuno riusciva a ottenere qualche bottiglietta di mercurio, per giocare con le gocce.

Sul mercurio – come su tante altre cose – c’erano le storie, non so quanto vere e quanto piccole leggende: si diceva che gli operai portassero fuori il mercurio di nascosto, dentro i telai delle biciclette, per andare ad estrarre l’oro in Valle Anzasca. Il minerale aurifero era povero, ma con il mercurio gratis si diceva che la cosa convenisse. Anche mio padre, prima della guerra, aveva lavorato alle miniere d’oro della Rumianca, in valle. Credo che l’estrazione fosse fatta con i cianuri.

Altre storie – vere negli effetti, non so quanto nelle cause – erano le morti: si diceva che qualcuno fosse morto (questo era vero…) perché – non volendo (o non potendo) andare in gabinetto, si era accucciato in luoghi nascosti, dove ristagnava del gas (CO, se non ricordo male). Non ci crederete, ma se ne parlava tra ragazzi come di una punizione eccessiva ad una cosa sconveniente, che comunque non si doveva fare.

Cose vere erano le petunie piantate la mattina e bruciate il giorno dopo: mia madre i primi anni ci aveva provato ad avere il balcone fiorito, poi aveva rinunciato, cominciando ad odiare il posto, lo stabilimento. Vere erano le fughe verso Piedimulera perché usciva il cloro, come si diceva. Poi tornavamo ed i prati erano gialli, qualche gatto morto (avevamo tantissimi gatti). Una volta erano morti tutti i cuccioli bianchi di una gatta: da allora mi è rimasta la convinzione di una intrinseca debolezza fisica dei gatti bianchi.

C’era l’impianto dell’acido solforico, a destra lungo la strada che andava alla stazione. Nelle giornate umide bisognava passare in fretta, perché altrimenti alle donne si bucavano le calze e a noi quegli impermeabili lucidi che non si usano più, con il cappellino. Però si trovavano le piriti ed i pezzi di zolfo.

Un altro posto dove non si doveva andare erano le vasche di decantazione dietro lo stabilimento, verso il canale ed il Toce. Ci si andava con gli stivali, a cercare non si sa che cosa, in mezzo alla terra rossa. Per quello che mi ricordo erano semplici bacini di terra, tipo risaia, per intenderci. Ora ho visto che ci passa sopra la superstrada, chissà se sotto è rimasto qualche cosa.

Intorno allo stabilimento pascolavano le mucche. Molti operai avevano le mucche. Poco dopo le villette, dopo il Circolo, c’era il paese, con le case vecchie e ancora qualche stalla. Il latte si andava a prendere il latteria, con il pentolino. Chissà se è mai stato fatto un controllo sulle cause di morte della popolazione, o se il campione è troppo piccolo e non significativo.

Poi siamo andati via, mia madre non ce la faceva più; mio fratello e io ci divertivamo, invece, credo.

Non mi sono più interessato ai destini dello stabilimento, che ha seguito la crisi della SIR, fino a diventare Enichem. Non mi sono mai spiegato perché, controllando fabbriche nel milanese, non ho mai cercato di sapere qualche cosa di più dello stabilimento della mia infanzia. Una sorta di pudore e di rispetto, forse: era il lavoro di mio padre, anche se ormai è in pensione da 20 anni.

Ho provato a chiedere a mio padre se si ricorda qualche cosa dello stabilimento: qualche discarica abusiva, degli incidenti. Purtroppo sta molto male, soprattutto la memoria non c’è quasi più. Si ricorda dei direttori sostituiti perché condannati per aver fatto morire i pesci fino al lago Maggiore, per evitare che una ricondanna creasse ulteriori problemi penali, ma questo lo ricordo anche io. Ha una vaga memoria di altri problemi con il DDT, ma sono cose degli anni ’60. Cercare di farlo ricordare però gli ha fatto bene: lo stabilimento, insieme alla guerra, è gran parte dei suoi ricordi. Suoi e della maggior parte della sua generazione. A lui è andata bene – in fondo – perché è arrivato ad 82 anni.

In ospedale, dove è ricoverato, abbiamo concordato che ci sarebbe da vedere cosa ne è stato del mercurio, e forse anche dell’arsenico delle piriti, oltre che del DDT. Andare a vedere cosa c’è sotto gli impianti. Non sappiamo che bonifiche sono state fatte in questi decenni: forse tutte, forse nessuna. Forse si è tutto diluito.

Non credo che mio padre abbia mai considerato realmente pericoloso lo stabilimento, anche se mi ricordo che si arrabbiava per manutenzioni fatte dopo il guasto e non prima. Era il suo lavoro.

Chissà se, in giro per l’Italia, ci sono ancora stabilimenti come la Rumianca della mia infanzia, o se sono stati tutti esportati nel terzo mondo.

Luglio 1996 – Dario ed Erminio Tagini

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